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MISERIE E GRANDEZZE DELL'OSSERVAZIONE INTERIORE

PROLUSIONE
TENUTA IL 15 NOVEMBRE 1928
NELL'APERTURA DEL NUOVO ANNO ACCADEMICO DA
PAOLO ARCARI
RETTORE DELL'UNIVERSITÀ
FRIBURGO NELLA SVIZZERA
TIPOGRAFIA DELL'OPERA DI SAN PAOLO. 1928

«Vous regardez trop le monde extérieur» — rimproverava un giorno Ferdinando Brunetière a non so qual giovine scrittore. Ecco un rimprovero straordinario, un rimprovero che i letterati si sentono fare di raro.

L'arte introspettiva, l'arte che ha le sue finestre ed i suoi orizzonti nella vita intima e nascosta, non gode le simpatie del vasto pubblico! Ah! — si esclamava or è qualche tempo, quasi con brivido di spavento — ah! quei romanzi dove si racconta perchè il protagonista, presa, alla prima pagina, la mano della dama l'abbia a pagina trecento lasciata cadere senza baciarla! E ci si spaventa o ci si annoja per meno! Per uno solo che — come Henri James — considera l'introspezione alla fin dei fini non troppo diversa dagli altri esercizi all'aria libera, mille e mille se ne sentono aduggiati come da qualcosa di pericoloso e di malsano.

Quindi l'antipatia lunga e diffusa pretestò motivi contradditorî. Mentre le minuzie di psicologia amorosa parevano agli anglosassoni segni ed effetti di corruttela latina a parecchi latini quell'amore di «intimità» sembrava soltanto una traduzione dell' «innigkeit», dell' «innenleben» dei tedeschi. Il che male si accorda col vanto fatto al Vico, da molti storici italiani, di avere conferito alla osservazione interiore un valore che non gli diedero i successori di Germania.

Per altri essa è la negazione della tradizione classica. «Les anciens n'auraient jamais fait ainsi de leur âme un

sujet de fictions», diceva la signora de Staël. Il che non si accorda colla profondità psicologica di Seneca, di Marco Aurelio, senza parlare di un altro scrittore grandissimo, fiorito prima della fine del mondo antico.

Certo il Novalis quando diceva: «E strano come l'uomo interiore non sia mai stato considerato che in un modo così meschino, come se ne sia discorso così scioccamente», additava ad una grande letteratura una grande materia. Tuttavia l'introspezione non è in sè nè latina nè tedesca.

Certo la «vita interiore» fu la parola del secolo decimonono ed è ottocentista risoluto il De Sanctis quando con ammirazione proclama «L'io è il pregio delle memorie». Tuttavia l'introspezione non è nè antica nè moderna.

Tre caratteristiche essa ha sulle quali si può invece convenire.

Non è domandata. Quelli che la praticano non lo fanno per commissione, non per seguire la moda. Si può dire che in questo la potenza della moda sia stata inefficiente. Se l'arte nel secolo decimonono — dal romanticismo in poi — si è consacrata ad affinare le nostre attitudini introspettive, fu di sua sola iniziativa, a tutto suo rischio e pericolo. Se avesse voluto tornare indietro, far più attenzione ai corpi, alle circostanze ed agli eventi, apprezzare maggiormente la vita esterna e darle più credito, avrebbe trovato plauso e fortuna.

Indipendente dal successo essa è solitaria. Sino dai dialoghi socratici si ripete come essa sia rara. E se ne è, persino, fatta l'antitesi della «cenestesi», del sentire cioè colla collettività.

Indipendente dal successo, solitaria, essa, che fu di vari evi, appartiene però soltanto alle epoche adulte. «L'osservazione interiore è l'ultima a svilupparsi», notava Giuseppe Fraccaroli a proposito dei lirici greci. «Non è senza significato — scriveva il Viscardi — che nella storia dei tentativi di autoanalisi psichica si passi senz'altro» dalla fine del mondo antico «al Secretum petrarchesco».

Ma questa sua sdegnosa incuranza del gusto generale, questa sua aristocrazia e rarità, questo suo apparire nelle civiltà più mature e perfette, sono, quasi come i vocaboli che l'hanno designata, appena i suoi connotati. La circoscrivono non la penetrano. La designano non la definiscono.

Per definirla, per giudicarla nelle sue miserie, per riconoscerla nella sua grandezza, altro occorre. Occorre per questo come per tutti i temi, annunciare chiaro e limpido il problema: proporlo bene.

E cioè distinguere, dapprima, dalla sua essenza i suoi aspetti mutabili, le sue conseguenze individuali, le sue concomitanze accidentali e fortuite: separare — quasi — la sua materia dalla sua forma. Poi comprendere la osservazione interiore nelle sue origini. Infine, inteso onde venga, meditare ove vada.

I travestimenti, l'origine, la meta: i tre oggetti delle tre parti che seguiranno.

I

La prima accusa che si muove all'osservazione interiore è di monotonia. Le cose che non ci interessano ci appaiono sempre uniformi e stanchevoli. Ma quelli che così giudicano non sospettano punto quanto questa monotonia sia atroce nè quanto del paro sia, a volte, compensata e dispersa dalla più allettevole varietà.

Così come rifacendo sempre lo stesso cammino si è afflitti, in antecedenza, dalla inesorabile uguaglianza degli spettacoli esterni, l'identità di alcuni paesaggi interiori riesce alla fine tormentosa. Avvicinandovi ad una data ora della vostra solitudine, voi sapete a memoria, voi sentite scandersi dentro di voi, udite venire lento e immutabile il vostro pensiero. Nessun soccorso e nessun ristoro di imprevisto: davanti ad un tramonto, ad uno scrittoio, ad una mensa indubitabilmente la mia anima avrà lo stesso moto. Fra tutte le sazietà, la sazietà e la noia della propria occupazione

tacita e segreta è crudelissima: «Ora nulla di me mi incuriosisce», dice un personaggio della Vita apparente di Giuseppe Maggiore. Ed è molto peggio che non essere più incuriositi degli altri. Che questi altri si ripetano è assai fastidioso, ma l'accorgersi che ci si ripete noi è insopportabile. L'osservazione interiore disarma pertanto di una forza grande, del coraggio di ripetersi, prezioso agli scrittori per attingere la sinfonia musicale della propria prosa, agli oratori per riassumere, per perorare, per concludere, ai maestri per ribadire le parole del loro magistero. L'uomo che non tollera il tedio di ripetersi ha sempre l'aria di porre qualche premessa e nulla più.

Aggiungete che è ripetersi, esternamente parlando, dire la stessa cosa due volte ad uno stesso uditore, non dirla due volte a due uditori diversi. L'uomo che ha per primo interlocutore se medesimo è un artista comico — o tragico — condannato a far sempre una sola «piazza».

Ma proprio? «Jamais l'âme ne reste en place» diceva lo scrittore olandese Dick Coster. Ed è altrettanto vero. L'eccesso di somiglianza si accompagna ad una lussureggiante novità. Non ci si sente mai tanto in movimento, come quando si è fermi e raccolti sulla propria anima. «Je suis — diceva lo Stendhal — si différent de ce que j 'étais il y a vingt ans qu'il me semble faire des découvertes sur un autre». Giustissimo: ma non occorrono vent'anni e talora neppure venti giorni.

La seconda accusa è quella di grevità e di grigiore. Certo: come se non bastassero i diverbi col prossimo, un altro diverbio. Quello espresso dal Vico in un bel verso applaudito dal Tommaseo — notiamolo, dal Tommaseo —

M'interno a sentir me contra me stesso.

Una paura di più, aggiunta ai terrori della vita. Saul

si giudicava infelicissimo quando, allontanati i figli, i sacerdoti, i guerrieri, vedeva l'esiguità della propria sicurezza:

Sol, con me stesso, io sto. Di me soltanto,
(Misero re!) di me solo io non tremo.

Ma, due secoli prima dell'Alfieri, Torquato aveva intravveduto un tradimento più intrinseco ed una fuga più vana:

Temerò me medesimo e, da me stesso
Sempre fuggendo, avrò me sempre appresso.

L'osservazione interiore parve sempre feconda di sofferenza. Per Iginio Ugo Tarchetti, osservatore di sè è sinonimo di creatura che patisce e che piange. Perchè non c'è concordia innanzi a lui: «E tu, tra quelle parole di dentro e quel frastuono di fuori ti immelanconisci non sapendo a quale dar ragione». Perchè sei offeso di viltà. Posti al cimento di uscire da se stessi, al repentaglio di abbandonare le posizioni egoistiche nelle quali consiste salda la maggioranza degli uomini, un indicibile sgomento ci prende di tutti i sacrifici che occorrebbe consumare quando davvero fossimo divenuti estranei e superiori a noi medesimi, quando usciti ed affrancati di noi non fossimo più partecipi dei nostri miserabili particolari e transeunti interessi. Capaci ed assueti all'osservazione interiore non siamo perciò solo fatti capaci anche di rinunzie e di spogliazioni, ma comprendiamo tutti la brutta assurdità, tutta la trista incoerenza di non compierle. Ce ne spaventiamo vergognandoci del nostro spavento.

Non ancora la divina maestà del dolore: ma innegabile tristezza. Innegabile però come è innegabile la baldanza. Che piccolo male diventa per l'uomo che capisce se stesso, il non essere capito dagli altri! Che gruzzolo, che aurea riserva, che sonante ricchezza la propria personale ed incomunicata vita! La tristezza delle nature segregate ed introspettive sarà talvolta oscura, ma come è opaca la malinconia degli esseri diffusi di fuori, degli esseri ad endosmosi

1, «la malinconia — dice un giovane romanziere italiano — di chi sente di non aver presso chè nulla chiuso bene addentro nell'anima: storia, intenzioni, capacità, sentimenti, esperienze, più nulla».

Monotonia o varietà, tristezza o baldanza, sono virtuosismi spirituali. Veniamo al sodo, al pratico! — diranno parecchi. Veniamoci.

L'osservazione interiore è considerata funesta all'attività. Già fin dai filosofi greci si diceva che era «aprotreptica», che poteva dissuadere ed inibire, e mai «protreptica», mai capace di esortare e di stimulare.

La prova più decisiva e lagrimevole di questo risultato reca un grande nome di un grande svizzero: di Federico Amiel. Che, nel Giornale intimo, del suo inclemente destino accusava l'autoanalisi. Mettila nell'uomo — diceva — fa come il cuneo sotto il colpo dello spaccalegna: tutto l'essere si fende in due. E la disintegrazione dell'io, è il principio di «un processo inarrestabile di scollamento». Le parti di noi cadono via resecate, morte. «Se regarder vivre», è la più fatale causa di meno vivere. Per agire non bisogna osservarsi. «Quando — affermava Ernesto Renan — si è tanto usciti da se stessi per criticarsi, la vita è disseccata alle sorgenti». E Giuseppe Maggiore, più duramente: «il depersonalizzato è un asceta, diciamo così, suo malgrado». Senza meriti, cioè, e senza attese.

L'impraticità è, direbbero i giuristi, pacifica: ammessa senza eccezione dalle due rive. Eppure! Se nel campo intellettuale si riconosce l'ufficio del dubbio:

Nasce per quello, a guisa di rampollo,
A piè del vero il dubbio.....

perchè non si riconoscerà nel campo estetico ed etico, la dialettica del dubbio e dello scrupolo? Perchè le vere figure d'arte sono pallide, indifferenti, votate all'oblio? Davvero? Anche Amleto?

Nella storia le nature ripiegate su se stesse sono tutte comprese nella schiera degli ignavi, dei deboli, degli sconfitti. Pare agli uomini incontroverso che mentre molti gesti hanno aperto una storia, nulla sia mai nato da uno scrupolo, da un rimorso.

Sono convinzioni temerarie dell'universale. Per confutarle bisognerebbe esteticamente confrontare lo strepito delle fame più accettate coll'azione incomparabilmente più profonda degli scrittori d'eccezione. Nel campo etico per provare la funzione dello scrupolo bisognerebbe passare dalla storia alla non storia, alla immensa importanza del non avvenuto e dell'evitato. La filosofia socratica si soffermava a constatare come coloro che non conoscono se stessi si ingannino nel giudizio delle proprie forze: vi è dunque un numero enorme di azioni erronee perpetrate per mancanza di osservazione interiore così come ve ne è un numero grande che essa ha troncate sul nascere. Nel totale della vita, questa serie di divieti è efficiente: perchè il totale della vita non è somma matematica ma forza elettrica.

Vi sono, per fortuna, eccezioni meno sottili. Più piane e più moderate. La introspezione non può essere impratica per definizione e per assoluto, perchè la pratica non è appunto assoluta, perchè nulla è pratico sempre essendo la pratica relatività di opportunità e di circostanze. Forse avviene dell'osservazione interiore lo stesso che della erudizione o del metodo. Che sono buoni ed espedienti, ma che lo sono a condizione di sapersene, a tempo e luogo, sbarazzare. Infine l'introspezione può di buon diritto appellarsi al fatto che essa è di ragion teoretica e non di ragion pratica, contemplativa e non attiva, Rachele e non Lia...

Concedasi pure agli introspettivi l'astensione. Ma così si astenessero dalle parole come dai fatti! Invece, tanto pensando a sè, finiscono col non parlare che di sè! E l'osservazione interiore richiama, appena a nominarla, il ricordo di coloro che descrivono e raccontano se stessi. Dal Baudelaire al Taine, dal Foscolo al Leopardi, grosso dibattito di buona educazione letteraria, di decenza estetica. Il Leopardi credette risolverlo col far constatare quanta eloquenza dia il parlare di sè a chi è scialbo e fiacco d'altro discorrendo. Quanti, però, farebbero a meno di questa eloquenza! Il primo venuto che si arroga «il diritto di parlare di se stesso»! Ma vogliamo vagliarli, nominarli, proclamarli noi quei pochissimi cui potremmo anche, per ipotesi, conferire un si eccezionale diritto ! Oggi, come oggi, l'universale lo concederebbe, via! alle dive dell'arte muta ed ai pugilisti, ma sarebbe un pò più stretta di manica per i poeti, gli eroi ed i santi!

La questione è vecchia. L'ha trattata Dante per disteso nel suo primo trattato ed è bene veder le sue ragioni perchè se appariranno — come esse sono — laterali, secondarie, non definitive, ci convinceremo più presto che di sostanziali non ve ne sono. Dunque «parlare alcuno di sè pare non licito», pare «rustico», pare addirittura «falsa testimonianza». Infatti o di sè parla bene o di sè alcuno parla male. Se parla bene fa villania come chi loda dinanzi al viso alcuno «perchè nè consentire nè negare puote lo così estimato, senza cadere in colpa di lodarsi o di biasimarsi». C'è arguzia di concetto, ma alla villania occorre, come Dante insegna, risolversi talvolta per esser fedele al Maggiore,

E cortesia fu lui esser villano.

Vero ma con esclusione di certi casi. Ed è vero nello stesso modo che «chi loda sè mostra che non creda essere buono tenuto». Ma quando del sospettato o del certo vituperio altrui, altro escusatore non si leva? Allora vi è necessitate:

«questa necessitate mosse Boezio di sè medesimo a parlare».

Resta che di sè si parli male. E questo è biasimevole non per accidente ma per sè. Tuttavia è lecito quando vi sia profitto, quando «grandissima utilitade ne segua altrui per via di dottrina». Niente di perentorio e di categorico: non un motivo di condanna che non abbia nel «timore di infamia», nel «disiderio di dottrina» la sua immediata discriminante, la sua trionfale giustificazione.

E subito, necessariamente, appena ci si sollevi in un altro spazio spirituale, appare l'inconsistenza dell'accusa. L'arte non è una convenzione mondana: è una convenienza superiore. La buona educazione è cosa eccellente, ma non di eccellenza senza limiti. Pascal ha detto che si può essere educatissimi senza cessare di essere ingiusti: aver pratica di mondo ma non desiderio di cielo. Così come la buona educazione è una opportunità, ma non carità, ma non santità, essa è buon senso, ma non è arte e non è genio.

E se nell'introspezione ci fosse peggio che una vanità non tenuta a freno dalla decenza sociale? Non lasciatevi ingannare da coloro che riducono l'io in sedicesimo, che parlano appena appena di un «meuccio» addomesticato. C'è altro che la vanità, c'è l'orgoglio. «Chi vive solo non è mai umile», affermava Ada Negri: chi vive solo per aver abbandonato gli uomini e più ancora chi vive solo per aver preso abitudine di far compagnia a se stesso.

Siamo — indubbiamente — davanti ad una diffidenza più alta e più intima. Bisogna confessare, dapprima, che, vivendo come vive accanto ad uomini per la maggior parte destituiti di possibilità di osservazione interiore, l'uomo che la pratica e che la gusta, che la conosce come il rimedio assiduo o come il suo quotidiano veleno, è tentato forte di considerarsi un essere a parte, insolito, diverso. Un abisso

ben altrimenti smisurato che la professione, la classe, il paese, separa l'uomo che si osserva dall'uomo unicamente affidato alla autorità del mondo esterno. La stessa parlata, la stessa scienza, e se non la sostanza persino la professione esteriore di una fede medesima, rendono incomunicabili le nature che si interrogano e le nature che si ignorano.

Questo senso di distanza — anco se sia senso accorato e combattuto — è pericoloso per la umanità dello scrittore. Sulla fine del secolo scorso, quando questo pericolo era più minaccioso, è avvenuto anche a me di scrivere qualcosa di simile a quello che mi pare erratissimo rileggendolo ora nella intransigenza educativa di Dora Melegari: «Raramente i più grandi spiriti hanno cantato se stessi». Avremmo dovuto parlare non contro il canto di se stessi, ma contro «le culte du moi», l'autolatria. Ci saremmo avvicinati un pò più al vero, ma la fretta ottimista di fugare l'errore ci avrebbe fatto commettere uno di quegli sbagli di impazienza in cui cadono spesso — soprattutto nella critica estetica — i figliuoli della luce e gli zelatori del bene. La grande critica d'anima versa cordiali qualche volta, ma non dà caramelle nè zuccherini mai.

Al postutto, perchè incatenarsi ai grandi spiriti? Non genii, non massimi o minimi distingue questa migliore ed estrema obbiezione. Essa si domanda se l'abito introspettivo possa connaturarsi ai veri credenti, se esso non importi un orgoglio disdicevole alla coscienza cristiana.

La tesi della inconciliabile antitesi è sostenuta e sottoscritta da Biagio in una delle più note Pensées: «Montaigne! Le sot projet qu'il a eu de se peindre! et cela non pas en passant..... mais... par un dessein premier et principal.» Il consumato dialettico è nella cautela di quel «et cela non pas en passant». Prevede l'obbiezione, prevede che gli si potrebbero ricordare otto «io» e «me» e «mia» in meno di quattro righe immortali: «Quand je considère la petite durée de ma vie, absorbée dans l'éternité précédente et suivante, le petit espace que je remplis, et même que je

vois, abimé dans l'infinie immensité des espaces que j'ignore et qui m'ignorent, je m'effraie». Aveva un bel appartenere alla grande scuola che mandò in esilio, lungi dai confini della «douce France», il «moi» per sostituirlo coll' «on» senza responsabilità, senza volto e senza lagrime; era artista, per tormento suo e per consolazione nostra: e non poteva scrivere «on considère» perchè la folla considera appena l'ora lunga del suo lavoro, attende l'ora del suo piacere; non «qu'on remplit» perchè alla gente, il prossimo pare sempre troppo ingombrante; non «on est effrayé», perchè il silenzio eterno degli spazi infiniti spaventava il suo eroismo ed il suo genio soltanto; non, insomma, «qu'on ignore et qui nous ignorent», perchè lui solo voleva riempirli del suo dolore, del suo amore, del suo grido a Quegli che lo aveva chiamato, che gli aveva imposto la corona di spine e l'arsura delle creature sovrane!

Dopo l'autorità di Pascal, fu invocata quella di Manzoni. Certo don Alessandro è sempre stato non laconico ma addirittura muto sulle vigilie della sua conversione, di tanta eco in Europa: «fui una bestia ed un cattivo», e più di questo non fu possibile cavargli altro, mai. Perciò il Bonghi — che era un frigido —predilesse nella fede, da lui non condivisa, del Manzoni questo aspetto giansenista e pascaliano, affermando che la morale consiste, in fondo, nel dimenticare il più possibile se stesso e nell'amare il più possibile gli altri. Perciò fu a lungo di moda l'antitesi fra il Leopardi che parlò soltanto e sempre di sè ed il Manzoni che di sè non parlò mai! Quante volte non l'ho io udita ripetere e illustrare nella mia lontana giovinezza!

Essa è favorita dal non conoscere tutto Manzoni, e dal non intendere il più profondo Manzoni. Davvero il Manzoni non ha mai parlato di sè? E questo «pensiero»? — «Coloro che non lavorano per vivere, e che abitando nelle città conversano più continuamente cogli altri uomini ed esercitano assai più il loro ingegno, vanno senza dubbio soggetti a dolori morali ignoti al contadino ed all'artigiano:

ma la Provvidenza ha dato a quelli l'agio di cercare i soli veri ed utili rimedi a questi dolori; e tali rimedi sono nello studio sincero, costante, umile, profondo, della religione». Di chi si parla qui? Da chi è tratto questo singolarissimo argomento apologetico? Non è proprio lui, lui in persona prima, lui solo che sfidando tutte le invide incredulità dei diseredati e dei tribolati, esce a dire soverchiato dalla prepotenza del suo proprio esperimento: — Avere la regal villa di Brusuglio, possedere la casa di Milano, essere circondato da una piccola corte a colazione, a pranzo, a veglia, trovarsi nell'opulenza e nella fama e poter così a tutt'agio contemplare gli uomini genera tali sofferenze, che guai! se non fossi cattolico sarebbe la disperazione? — E quando scrive con tanta frequenza «il genio chiede», «al genio occorre», «il genio aspetta», da chi lo sa? Non parla nè del suo portinaio nè di sua suocera! Non ha osservato che sè, non rende testimonianza che di sè. Queste tristezze sono eminentemente personali! D'altra parte l'analisi del capolavoro oramai dimostra che Padre Cristoforo e don Abbondio, che Federigo e l'Innominato hanno davvero convissuto in lui e che essi sono umani della sua propria e complessa umanità.

Non così noto, ma più importante contrasto sull'osservazione interiore è nella Palinodia a Gino Capponi di Giaccomo Leopardi. Il titolo è ingannevole, l'ammenda è inesistente ed in realtà il Recanatese vi sostiene, coll'armi della beffa e della convinzione, l'originalità e la necessità della sua Musa contro «candidi» fiduciosi partigiani di una poesia interpretatrìce della società e del tempo. Non si potrebbero desiderare più nobili avversari della lirica introspettiva, Gino, Niccolò! Patrioti ardenti tutti ma invocanti alla patria, prima della potenza materiale, la potenza dello spirito; credenti nel progresso ma in un progresso che invece di vituperare la tradizione la traesse a nuove fecondità di bene; impazienti di agire ma capaci di studio e di meditazione. Volontà, dottrina e coscienza. Gino, Nicolò: una

rivoluzione, come nella poesia francese prima della seconda repubblica, purificata e ribattezzata nel senso della civiltà cristiana! Ed erano essi tuttavia che rimproveravano al Leopardi di cantare a se stesso e di se stesso:

Lascia.....
I propri affetti tuoi. Di lor non cura
Questa virile età, vôlta ai severi
Economici studi, e intenta il ciglio
Nelle pubbliche cose. Il proprio petto
Esplorar che ti val? Materia al canto
Non cercar dentro te. Canta i bisogni
Del secol nostro e la matura speme.

E nel servire il secolo loro, nell'alimentarne «la matura speme», nel preparare il domani non avevano torto. Ma avevano torto come artisti nel credere che il poeta potesse trovare fuor della sua materia istintiva e connaturata il capolavoro: torto come uomini e come tutti gli uomini nel non sospettare una utilità diversa da quella della lor migliore fatica. Il torto unico di quelli che fanno una cosa utile è di non sospettare come e dove siano utili coloro che non la fanno.

Avevano il torto stesso di Marta: Domine, non est tibi curae quod soror mea reliquit me solam ministrare? Dic ergo illi, ut me adiuvet. Giacomo non aveva scelto l'ottima parte ma quella che in altri era, però, diventata ottima.

Perchè il meditare se la causa suprema di tutte le cose debba o non debba essere amata, è in sè «ottima parte», ed infinitamente superiore all'introduzione di una nuova cultura nella fertile e così ben lavorata Toscana!

La parte che parve così nuova, preziosa, essenziale al Petrarca un giorno, lassù, nel rapimento di un panorama superbo, nella vittoria di una ascensione, quando, aperto Sant'Agostino, quando letto il rimprovero ai mortali di perdersi nel mondo esterno — et derelinquunt se ipsos —alle vette dei monti preferì d'una impetuosa preferenza le profondità dolorose della propria anima!

Sant'Agostino! Non basterebbero le Confessioni ad escludere ogni antinomia fra l'osservazione interiore e l'umiltà del credente? E non basterebbe il trentunesimo del Purgatorio? Dante, che nel Convivio aveva dovuto ammettere due legittimità del parlare di sè, ecco, a mezzo della processione e del dramma sacro, mentre sono ferme le prime mistiche insegne, innanzi che attorno al carro della Chiesa imperversino le prove della storia, ecco si esamina e si confessa senza alcuna di quelle due ragioni. Si esamina e si confessa non per fuggire infamia, poichè si accusa; non per desiderio ed esempio di dottrina, poichè quelle sue colpe non erano note e non ne doveva essere nota la condanna. Perchè allora? Che può importarci —in tanta vastità di scena la notizia della sua fragilità, dell'inganno da lui patito per il falso piacere delle presenti cose, per le inadempibili promesse di

pargoletta
O altra vanità con sì breve uso?

A lui importa. A lui è indispensabile discendere entro sè stesso per potere poi ascendere sovra ogni dignità del mondo a profferire la parola della coscienza cristiana. Senza il mea culpa l'invettiva non gli potrebbe prorompere folgorante dal cuore. E soltanto quando avrà tutto indagato e svelato di se stesso si sentirà degno e pari alla missione,

puro e disposto a salire alle stelle.

Non mai, insomma, così universale come dopo essere stato perfettamente individuo.

Il pericolo di ogni apologetica è quello di compiacersi di affinità e di antitesi che sono dovute ad interferenze di cause diverse ed accidentali. Non aveva torto Joseph Texte che, constatando la fortuna grande dell'autobiografia nel Rinascimento, vi trovava una rivelazione dell'indirizzo individualista della nuova cultura. Non è senza ragione che le facoltà e le attitudini introspettive furono sopravalutate nell'ora della Riforma. Non è senza significato che il motivo dell'autoritratto sia tanto preferito e sfruttato

dalla irreligiosità del secolo decimottavo. Ma non per questo si devono accettare equivalenze frettolose ed arbitrarie od allargarle con imprudenza a valore impegnativo e generale.

In realtà, se sarebbe leggerezza il dire che l'esame di coscienza sia una specie di romanticismo della vita cristiana, sarebbe meno inesatto il sostenere che l'introspezione, in tempi di tepidezza e di agnosticismo, è stata una superstite tendenza ortodossa delle scuole romantiche e postromantiche, una specie di esame di coscienza non laicizzato ma, per qualche rispetto umano, secolarizzato. E ciò non fu del tutto estraneo alla loro scarsa fortuna presso una certa parte dei lettori latini.

In realtà, anche, l'abito introspettivo è il contrario di quella dissipazione che i mistici temono e condannano, di quel bisogno perpetuo di essere divertiti che sembrava al Pascal prova massima dell'umana miseria e vanità. In realtà, infine, il cristianesimo è neutro in siffatto dibattito: e l'ispirazione del credente, sia che canti la dolcezza dell'allodola e la serenità dei cieli o le sue proprie tempeste, cerca e trova e canta Dio ad un modo!

Nè monotonia nè novità, nè grigiore nè serenità, nè astensione nè azione, nè pietà nè empietà sono la forma sostanziale dell'autoanalisi, la sua suprema parola.

L'osservazione interiore si definisce e si giudica per altro: ed assolto il compito di ricusare i termini inesatti ci resta da affrontare quello di stabilirne i termini fondamentali. Che cosa essa testimoni e che cosa essa postuli.

II

Una grande giustificazione ha recato alla tendenza introspettiva e molto ne ha favorito lo sviluppo il tramonto della dottrina estetica che assegnava all'arte l'ufficio di imitare. E a non credere più che l'arte sia essenzialmente imitatrice ha concorso assai, strano a dirsi! la revisione erudita delle più celebri autobiografie. Passi che il sole cali

dietro il Resegone — di dove ha l'abitudine di sorgere — dopo il Parlamento eroico cui il Carducci non ha assistito! Ma che le uova del merlo non abbiano il colore detto dal poeta che le ha proprio avute in mano, ma che la luna, forse, non sia sorta in quella notte che il poeta ha vissuto, lui stesso, non per interposta persona, ecco di che scuotere le più salde fiducie. Emilio Bertana ci dava le prove di essere sulla vita di Alfieri assai meglio informato che l'Alfieri medesimo.

Quanto alle Memorie del Goldoni, misericordia! «Contro la notizia di un saggio finale di Latino, in cui, il piccolo Carlo, a scuola di grammatica dai Gesuiti di Perugia, avrebbe — in onta ad ogni aspettazione di maestri, dei condiscepoli e di lui stesso —superato tutti, si cita una nota dei registri del collegio che consacra una sua bocciatura». Impostorello, va! Ma c'è peggio. Al nonno ne ha fatto nelle Memorie, di ogni colore! «Il nonno paterno del Goldoni, non contento di aver per zio un tale che gli era fratello, e per prima e seconda moglie due signore che non si sognarono di imparentarsi con lui, non si è rassegnato a morire se non nove anni dopo ch'era già morto!» E spesso se il Goldoni ci parla nelle Memorie di quelle commedie sue che meglio conosciamo, non vi ci raccapezziamo più.

Conclusione? La Vita di Alfieri è una gloriosa e sostenuta tragedia, ma niente più reale delle altre tragedie alfienane per esserne stato il protagonista coetaneo e —diremo — reperibile dal drammaturgo medesimo. Le Memorie del Goldoni sono una bella e divertente commedia, da cui esula come da ogni commedia goldoniana ciò che di più serio deve pure intervenire in una vita, anche nella vita dell'idillico avvocato veneziano!

Falso flagrante? Menzogne recidive? Pose da palcoscenico e trucchi per la ribalta? Da un pezzo i più savi fra gli eruditi — che in queste istruttorie l'hanno fatta da Sherlock Holmes —hanno abbandonato tanta pretesa. Ci si rassegna al dissidio, e ci si rassegna appunto colla formula meglio che rassegnata del Goethe: — Dichtung und Wahrheit!

Neppure sulle circostanze cui fu più mescolato, neppure sui fatti che ha più assiduamente veduti, il letterato ci offre con attendibilità il mondo esterno. Neppure quello che egli è stato egli ci dice: ma quello che ha creduto di essere o che ha voluto essere. Ci dice la sua interiore realtà, non limpida e non piena perchè non sempre l'ha desiderata e cercata!

Ma allora tanto vale che egli non dica neppure quello che ha fatto; ma allora, se questo benedetto vero delle cose esterne non si può raggiungere, non metta neppure il naso fuori della porta! Resti in casa e faccia il viaggio della propria anima!

Ci invitiamo: andiamo noi ad assistere al suo soliloquio!

Mentre perdeva tanto terreno la teorica dell' «arte imitazione», si faceva più generale, più convinto, più risoluto il riconoscimento della preponderanza che in essa arte ha la memoria.

L'antica teogonia riceveva un significato nuovo e risuonava, con nuova intenzione, sulle labbra l'apostrofe classica:

Figlie della Memoria, inclite Suore.

Il primo a imporre la memoria così, l'antesignano nell'attacco all'estetica imitativa, fu Giovan Battista Vico in una sua formula non più sorpassata: «la fantasia altro non è che memoria o dilatata o composta».

Da questa preponderanza della memoria, un fine scrittore francese deduceva, or non è molto, il dilemma e l'antitesi irreducibile: Artiste ou philosophe. Di questa preponderanza si vale la nuova scuola hegeliana per sostenere l'assoluta autonomia dell'attività fantastica, l'autorità unica ed immanente dell'espressione e stabilire così nell'estetica una base alla interpretazione monistica del mondo. Sono illazioni audaci che non è di mia pertinenza esaminare e contraddire qui.

Piuttosto sembra il caso ch'io mi arresti ad una obbiezione sottile. Questa: il fatto che la memoria ne è l'alimentatrice maggiore non dovrebbe conferire alla creazione letteraria una ragione di attendibilità sugli stessi eventi del mondo esterno? Non costituirebbe il superamento di quanto si è addotto contro la sua natura di imitazione? Pur concesso che non sia imitatrice, resterebbe narratrice e testimone. E come lo smemorato è il peggior testimone, così la letteratura che è «essenzialmente ricordevole» è la migliore testimone. Proposta la difficoltà, subito ne apparisce la soluzione: ci sono due memorie, della vita esterna e dell'interna. E quella della vita interna essendo più prossima, più omogenea alla facoltà medesima che la esercita e la conserva è la più attiva, la più perspicace. Come la memoria prevale nella fantasia, così la memoria interiore sovrasta nella memoria fonte di letteratura.

La quale è dunque, non solo per accidente, ma per definizione, non per preferenza di un temperamento, ma per sua indole costitutiva, ciò che un titolo del Proust promette come per singolarità: è «recherche du temps perdu».

Questo titolo ha il merito di essere ottimo passaggio ad una più adeguata comprensione del fatto letterario. Il quale non è costantemente testimonianza, perchè anche sulla realtà interiore la memoria può essere tratta in inganno; non è sempre ricerca perchè l'indagine introspettiva può talvolta non trovare, come tal volta non trovano le altre indagini.

Alla letteratura è «formale» la volontà conservatrice. Essa è il massimo sforzo per conservare la vita che gli uomini compiano prima della religione. La religione conserva la speranza della vita nell'imperversare delle morti. La letteratura tenta di conservare il senso della vita di sotto alla marea della successione dei fenomeni, di fronte all'obliterarsi di quanto godemmo, soffrimmo e pensammo.

Come accanita difesa dell'esistenza essa è più ambiziosa della medicina: questa cerca ritardare la fine delle manifestazioni non della certezza della vita: l'arte in genere e la

letteratura in ispecie lottano per mettere in salvo, per garantire e prolungare quella rappresentazione del mondo che fu — al limite della coscienza morale — la condizione essenziale della nostra vita.

Ma il ripetere così il suo diritto e da un più retto intendimento dell'imitazione e dalla accettata sovranità della memoria, non schiude di per sè solo all'artista introspettivo il cammino della più grande arte.

Può inciampare ed arrestarsi alla bizzarria. Non vi ha alcuna attitudine che gli uomini non possano far degenerare in compiacimento dell'insolito, dello strano, del teratologico. Quanti esseri sarebbero felici se si potessero scoprire otto vizi capitali. Poveretti, non lo possono! ma quel che possono è riuscire di scandalo o di disgusto. Così l'ostentazione insolente, la fanfaronata sulle proprie reali o presunte anormalità, ha gettato molto discredito sull'arte introspettiva, che per sè sarebbe così pensosa o schiva.

E ancor più frequente della vanità, della stravaganza, è l'ozio, l'immeschinimento della pedanteria. La pedanteria si infiltra dovunque: è una cavalletta spirituale. Non si devono «cercare le farfalle sotto l'arco di Tito» e del paro non è lecito falciare tutto un campo soltanto per cogliere in cima ad uno stelo, sull'orlo di un filo d'erba, una goccia di rugiada, «la goutelette du souvenir».

Indugiandosi e rispecchiandosi tanto in queste «goutelettes», l'arte introspettiva passa dal soccorso alla persecuzione della memoria. Perchè anche la memoria può cagliarsi in pedanteria: perchè se è inestimabilmente profittevole il ricordare non è meno indispensabile il saper dimenticare. Occorre tenere in esercizio la volontà ad entrambe le mète. E ottimo ricordarsi un passo preciso, ma a condizione di non ricascare tutti gli istanti, nel riaprire il portafoglio della memoria, sull'elenco immisericordioso di tutti i pastrani che si sono indossati.

Eppure mentre mi valgo di un tale esempio, che parrà umoristico a parecchi, vedo limpidamente il partito elegiaco che uno scrittore potrebbe trarre da una lista siffatta. Mantengo tuttavia che bisogna evitare di avere una memoria di pianura, che la memoria deve essere un paesaggio con uno sfondo montano.

Se non si evita questa grettezza della memoria, l'osservazione interiore resterà pur sempre une forma di «souffrir par tous ses nerfs, minutieusement», ma non sarà meno un genere nuovo di accidia, una sorta medita di giuoco 1.

Gioco! Che proteste alla mia accusa! Altro che giuoco, altro che «un jeu de flanerie et de sagacité»; scienza vuol essere, scienza, una cattedra nuova, una storia naturale delle coscienze! Questa ambizione e questo vanto li senti soprattutto nel Proust che — figlio di un clinico insigne — si compiacque nel sottoporre ad analisi i tessuti delle emozioni morali, a fare l'istologo dei caratteri, che fu orgoglioso di osservare un moto dell'anima colla lente d'ingrandimento, così come si studia un bacillo col microscopio.

Ma in arte nulla è più giuoco che il voler prendere a prestito i procedimenti della scienza. Una pseudoscienza che inganna soltanto quanti non si intendono nè di arte nè di scienza. Potrebbe dire au suoi fedeli efficiamini sicut parvuli, essere intinta di rugiada e cosparsa d'aurora ed ecco che si mette gli occhiali e, infelice! fa la saccente. Potrebbe essere la voce di una certezza ineffabile e vuol essere un'ipotesi! potrebbe essere la poesia e, scervellata, sconsiderata vuoi apparire la scienza! Si può ripetere di lei quello che Paul Louis Courrier diceva del Bonaparte che era Napoleone e voleva diventare Cesare: «il aspire à descendre».

Nello scialo di vocaboli tecnici che fanno certuni di questi psicologi da romanzo — quando non hanno l'accortezza del Proust — c'è, oltre il giuoco, persino dell'ingratitudine! Che l'uomo di laboratorio adoperi l'etichetta della denominazione scientifica si comprende: bisogna che non gli sfugga di mano la serie delle analoghe esperienze. Ma, tu, poeta, tu se sei poeta, tu per il quale un tramonto non è mai un altro tramonto, un malato non è mai un altro malato, una foglia non è mai un'altra foglia, tu per cui i numeri della creazione che hai potuto conoscere sono separati e diversi, come tutti sono perfettamente distinti nell'Amore che li creò!....

Dalla pedanteria viene il meccanicismo dell'osservazione interiore. Il meccanicismo che produce a sua volta il fatalismo.

L'uomo che parla male di se stesso, che ha osservato e rivela i suoi biasimevoli segreti, sembrava a Dante superare in perfidia di calunnia qualsiasi calunniatore più acerrimo. «Del non potere e del non sapere ben sè menare le più volte non è l'uomo vituperato, ma del non volere è sempre, perchè nel volere e nel non volere nostro si giudica la malizia e la bontade; e però chi biasima se medesimo appruova sè conoscere lo suo difetto, appruova sè non essere buono».

Dante non supponeva uomini rassegnati non solo alla dissonanza delle proprie azioni, ma al traviamento della propria volontà medesima, rassegnati a pubblicano ed a compiacersene. Dapprima questo fatalismo si chiamò la forza del destino, la passione irresistibile dei romantici. Nelle chiaroveggenze che la letteratura romantica prestò ai personaggi costituiti in servitù di un demone tirannico, vi furono, certo, i primi contributi apprezzabili della osservazione interiore, ma apparvero insieme queste deprecabili

accedie. Apparve una sorta di passivismo nuovo, come nell'Heautontimôroumenos del Baudelaire:

Je suis la plaie el le couteau!
Je suis le soufflet el la joue!
Je suis les membres et la roue,
Et la victime et le bourreau!

In Italia, or sono pochi anni, fu d'improvviso scoperto e celebrato uno scrittore già anziano che poteva contendere ad Alfredo Oriani il mesto primato di essere il meno letto dei letterati italiani: Italo Svevo, innesto di razze nel clima di Trieste. Poveretto, è morto da poco il «Proust italien», e, senza che egli lo sospettasse, il silenzio si era già rifatto sopra di lui. Perchè? Perchè, io credo, il lettore italiano si era sentito assiderare da quanto appariva di lassitudine e di scoramento in quella sua ingegnosa e metodica esplorazione del subcosciente.

Italo Svevo era di un'altra generazione. Ma questa, che lo rivendicò, conosce una peggiore forma di abdicare e di degradarsi. E la generazione esposta al pericolo nuovo di confondere il rigore introspettivo colla teoria del Freud che tutto dissocia per tutto insozzare e che, tutto vedendo insozzato, lugubremente festeggia!

Più oltre procede, ma non meno ingloriosamente e perniciosamente si arresta, l'osservazione interiore quando crede di concludere o colla indifferenza o colla severità.

Queste due storture negli scrittori introspettivi si riscontrano entrambe ma prima di additarle bisogna levare alte grida di sorpresa. Perchè sono inconcepibili tanto sono contradditorie! Che un uomo abbandonato alla vita esteriore sia indifferente, è logica conseguenza; dice — quel torno là non mi fa nè caldo nè freddo, che sia melenso o furfante, non mi toglie l'appetito. — Ed è non meno logica conseguenza che abbandonato alla vita esteriore un uomo per il quale il

vero è quello in cui la maggioranza conviene, per il quale la morale non è che conformismo, giudichi con intransigente distacco l'ubbia o la cattiveria altrui. Ma l'introspettivo che ha conosciuto e dedotto soltanto dalla esperienza di sè le miserie dell'intelligenza o della coscienza altrui, fare ed essere olimpico e tonante, frigido istrumento od inesorabile codice!

Non lo si crederebbe. E si verifica! Vi sono scrittori introspettivi la cui memoria ricorda le penurie di un'anima così come ricorderebbe dove manca un bottone al panciotto. Scrittori che osservano i «tours de l'humaine possibilité», come osserverebbero i salti dei conigli, che li consegnano alle pagine del libro come un botanico i suoi esemplari fra i fogli dell'erbario. Senza mai che si dicano — anzi che si ricordino di aver dovuto già dire tat twam asi «tu sei quello», de re tua agitur!

A molti di questi introspettivi pare quasi legittima rivalsa il trapassare dal fatalismo sulle proprie debolezze alla irremissione delle altrui. Il non amare più se stessi — scopriva Beniamino Constant nell'Adolfo — non costituisce da solo il principio dell'amare gli altri. Non solo, ma può costituire invece il principio di un disamore generale, la premessa —molto dubbia o almeno esagerata —di un davvero effettivo rancore contro il prossimo. Parecchi credono di avere comperato con qualche colpetto di spillo sulla propria epidermide il diritto di affondare il bisturi sui vivi come sui cadaveri!

La «ghiottoneria insaziabile» delle altrui schiocchezze può in certi scrittori divenire, addiritura, cupidigia affannosa di scovare

le anime più nere

dove sono più nere. Come questa cupidigia possa cominciare ce lo spiega una frase scherzosa di un robusto scrittore ginevrino, R. De Traz: «j'aimerais à confesser».

E appunto una tentazione iniziale, una possibilità fantastica e non proseguita. Ma, ahimè! la tentazione può

essere accolta riscaldata maturata: e divenire da tentazione sacrilega di sorprendere i segreti fra l'uomo e Dio, tentazione empia di assolvere e di condannare. Può essere il superbo peccato di asserire l'eternità predestinata, di asserirla noi, mortali; noi colla nostra «veduta corta d'una spanna»!

Non creda donna Berta o ser Martino
Per vedere un furare, l'altro offerere
Vederli dentro al Consiglio divino.

Un romanzo di Giorgio Bernanos, l'Imposture, ha fatto testè temere a parecchi che non più la povera donna Berta o il povero ser Martino ma scrittori trionfanti di ingegno e di fama possano pretendere di conoscere e di provare la perdita definitiva di un uomo sul quale continuano a risplendere il sole e nel cui petto continua a battere il cuore! Che vogliano cioè precipitare in tragedia, colle risoluzioni oscure della nostra ira impotente, la «commedia» dell'errore e del riscatto, la commedia che è tuttora ricca di ogni sorpresa, la commedia che non può mai essere finita,

Mentre che la speranza ha fior dei verde.

III

Tutti i deviamenti che abbiamo elencati ed ammessi sono però soltanto traviamenti. O, meglio, si potrebbe parlare di stagnazione.

L'osservazione interiore stagna, come stagnano anche le acque sgorgate da più pura ed ardua fonte. Essa contradice e ripugna talora alla sua ragione prima. Ma altri scrittori vi sono — o, soltanto, altri momenti degli stessi scrittori — in cui essa, è praticata più virilmente non per posare ma per procedere, è cercata non come un giaciglio ma come un'erta anche se abbia tutte le apparenze dell'abisso; è sentita e prediletta non come un narcotico ma come un aculeo.

E se l'analisi estetica ci ha permesso di renderci ragione dei suoi traviamenti, tentiamone, ora, una sintesi estetica

che ce la palesi nel suo anelito e nel suo impulso, nella sua superiore e quasi trascendente memoria: la memoria della propria mèta.

Essa è dapprima una mèta intellettualistica, di intellettualismo della conoscenza o di intellettualismo dell'azione.

Vi meravigliate ch'io studj me stesso, dirà l'Hebbel. Ma è giustissimo studiare ciò che ho modo di seriamente imparare: «Il mondo non lo conosco essendone io una parte microscopica. Ma l'uomo lo conosco; chè anch'io sono tale, e se non so come venga al mondo, so però benissimo come esso, sorto da quello, vi reagisca». Afferriamoci a una così prossima certezza, a una certezza coinquilina. E in lei armiamoci di saviezza.

Si inizia, dunque, l'osservazione interiore per mettere, una buona volta, in pratica l'antichissimo precetto: — Conosci te stesso! — Sono millenni che lo si incide sui frontoni. Eppure, dopo millenni, è ancora vero quello che gli stessi antichissimi lamentavano: è ancora vero che nessuno conosce se stesso. Tutto a questa ignoranza si riduce, tutto da questa notizia potrebbe cominciare. Dante nel Convivio (IV, VIII, 3), lo proclama con entusiasmo: «arroganza e dissoluzione è se medesimo non conoscere, chè se medesimo conoscere principio è ed è la misura d'ogni reverenza». Che tutti da tale ignoranza di se medesimi procedano gli errori degli uomini? Che non esperti di se medesimi siano inetti a contrastare ed a domare la fortuna ed il mondo? Accendendosi così di speranza, l'osservazione interiore è quasi la tattica ed il programma di un imperialismo stoico:

Latius regnes avidum domando
Spiritum...

E, anche, il rito di un altro fatalismo, ma di un fatalismo di bene. Io sarò il mio miglior consigliere, se sarò, su me stesso, il consigliere più informato, se potrò con perfetta

notizia del soggetto seguire la voce interiore del tatto individuale: «die innere Stimme des individuellen Taktes».

In un momento, che non sarà sempre successivo ma che è più elevato, in anime meglio ansiose, l'osservazione interiore non si determina da desidèri di certezza e di saviezza, ma dal terrore delle menzogne altrui, da un bisogno di sincerità.

Quel terrore comincia, spesso, sui banchi della scuola, nella sorpresa disgustata di certe accoglienze che riceve la letteratura sermoneggiatrice ed esortativa. Chi l'applaude meglio? Chi con un assenso frettoloso vuole sbarazzarsi subito dai fastidio di pensarla, di rifletteria! Udite giovani che sapete apati, fannulloni, viziosi, snocciolare — senza una menoma protesta d'anima —componimenti sullo studio, sul lavoro, sulla virtù. Quel terrore e quella sorpresa si rinnovano al teatro vero e, poi, in tutti i teatri della vita! Ma come fanno tutti gli avari, tutti i bugiardi, tutti i versipelle che sono in una platea a star zitti e fermi durante una rappresentazione intera? Perchè non si sentono sbattere le porte, sbattere i sedili di spettatori che se ne vanno offesi e vendicativi? Per tanti altri motivi? Va bene! Perchè, almeno, non si vedono fronti corrugate, guancie impallidite, labbra che si mordono per un represso dispetto?

Non si assiste a niente di simile finimondo perchè il teatro vero ed il teatro della vita sono pieni di spettatori che non si guardano mai dentro o che la propria verità non l'hanno mai proferita a se medesimi.

Ma lui, lui l'artista che si è iniziato ad osservarsi, non vuoi più sembrare imprudente ed ignaro, non vuoi più essere smentito. Non vuoi fare più la figuraccia dell'ubbriacone che parla di sobrietà e nemmeno quella del conferenziere che tessa l'elogio del silenzio!

Se non si può dire nè sempre nè a tutti tutta la verità, almeno evitare le interne menzogne. Almeno evitare il terribile rimprovero:

Inganno anche me stesso.

Si diffonde per l'anima un senso giocondo di liberazione e di vittoria. Uomo avvisato è salvato; la frode sospettata è sventata. Dal momento che io sappia, che io vigili di non ingannarmi, non mi ingannerò più.

Tutto mondo, tutto schietto, diafano in me stesso, potrò essere utile. In molti asceti dell'autoanalisi — ed anche nell'Amiel — affiora questa lusinga socievole e soccorrevole. Affiora timida mentre prevale negli apostoli, in coloro che narrano se medesimi per proselitismo ed esempio!

Conoscendomi aiuterò gli altri a conoscersi. Al pari dell'azione, anche il raccoglimento su se stessi sarà un beneficio dell'universale: un modo di non sibi, sed toti se genitum credere mundo. Essere la fucina di più umanità, lambicco di esperienze soccorritrici.

Finalmente l'osservazione interiore si irradia in faville di indipendenza e di benevolenza. Siamo al vertice di una saviezza ed al principio di un'altra. Fin qui avremmo potuto riconoscere l'esemplarità di Catone: ora cominciamo ad intravvedere un barlume della carità dei santi.

Che nell'introspezione ci sia un impulso di affrancamento è una delle tante divinazioni del Vico, anche se parecchi possano restare poco persuasi di siffatto inatteso ingresso dei plebei in una solitudine così aristocratica e scelta, in pensieri tanto d'eccezione. Il Vico ha dato una sua interpretazione del assai ridendosi degli addottrinati «che il vollero detto per un grande avviso.., d'intorno alle metafisiche ed alle morali cose». Mentre, a suo credere, quel Nosce te ipsum, ha «ammonito i plebei ch'essi riflettessero a sè medesimi e riconoscessero esser d'uguale natura umana co' Nobili; e'n conseguenza che dovevan esser con quelli uguagliati in civil diritto».

E certo la soggezione delle differenze, così grande nell'uomo che vive al di fuori, si attenua e scompare in chi si ripiega per ricercare, al disotto della propria condizione sociale apparente, la più assoluta fisionomia. Occorre stare un pò soli per sentirsi più liberi ed uguali. E dalla libertà viene,

colla uguaglianza, la fraternità. Una benevolenza che è migliore della sollicitudine di giovare altrui. Così come il pranzare alla stessa tavola sarebbe stato nel Marchese più umile che il volere ad ogni costo servire lui Renzo e Lucia seduti! Questo frutto della osservazione interiore fu rilevato in manifestazioni diversissime: il Bojer nella Potenza della menzogna ha fatto fluire umanissime indulgenze dalla conoscenza di sè; Scipio Sighele ha seguito con fine illustrazione il passaggio di Maurizio Barrès dall'individualismo al nazionalismo, dal culto di sè alla devozione civica per effetto della introspezione.

A qualcuno parrà troppo. Ad altri parrà poco. Tanta clausura di attenzione soltanto per questo!

In realtà davanti a questa uguaglianza, a questa indulgenza, il pessimista potrebbe ancora scuotere il capo. —Gente che indulge solo in quanto si conosce, è gente che indulge soltanto a se stessa. Ed il suo amare gli altri nella misura che conosce se medesima resta tuttavia un amare se medesima. —

Peuh! Amiamo, al massimo, nella misura che ci amiamo.

Ad un dato momento, invece, il pessimista avrebbe torto. Nel momento in cui questa osservazione interiore, —tanto più eletta dell'altra arida, meccanica, frigida, più eletta in quanto tende ed aspira — scopre ben altro di quello che aveva chiesto.

Non le pare più di trovare la certezza, la saviezza, la sincerità, la bontà! Uhm! credete che ci sia proprio questo nel profondo?

Dopo averla amata per le sue promesse, l'anima continua a praticare l'osservazione interiore malgrado essa non prometta più nulla. Siamo al principio del disinteresse, mentre tutto era, invece, interesse prima, tutto, anche l'ambizione di voler servire, di beneficare, di «celebrare» con tutti i viventi la comune umanità. Ed in questo disinteresse, in questo continuarla malgrado le delusioni, malgrado lo sfiorire

ed il dileguare d'ogni delizia, sfolgora — finalmente! — la autentica ed austera grandezza dell'osservazione interiore.

Nel volgo che vincer dispera
Della vita rinasce l'amor,

mentre il vero eroismo comincia allora che la speranza della vittoria è dileguata e l'animo si irrigidisce nel proposito di tutto patire.

La prima umiliazione che la natura introspettiva affronta quando, disinteressata, persevera è quella di sentirsi intellettualmente tanto limitata. Scendere al di dentro per saper di sapere? No: scesi al di dentro si sa d'ignorare. Non si possiede più la propria memoria ma si accerta la propria dimenticanza. L'essere esterno sente di che cosa si è arricchito ma non misura il proprio impoverimento. Io ho conosciuto un grande uomo di scienza che non sapeva assolutamente più nulla di certi libri che aveva scritto. Per fortuna sua non aveva osservazione interiore! Non faceva il giro delle sue stanze smobiliate, non l'inventano delle sue arche vuote. Per fortuna sua non era Pascal: non vedeva il volto della morte nel fatto di avere avuto, certo, un'idea e di averla, certo, perduta; si pavoneggiava della sua forza di ricordare, non allibiva della fatalità dei propri oblii! Senza la sua fede come si rassegnerebbe il Pascal ad avere dimenticato? come si rassegnerebbe Dante a non avere capito?

Voglia ed argomento nei mortali
diversamente son pennuti d'ali.
Ond'io che son mortal mi sento in questa
Disuguaglianza...

Ma se non praticassero entrambi l'osservazione interiore come perverrebbero a questa acerba certezza di avere obliato e di non avere capito?

Memoria, intelligenza, beni grandissimi certo, ma inferiori alla ragione, all'equilibrio della ragione.

Ora, l'uomo che si osserva non può conservare a lungo quel massiccio e sprangato orgoglio della maggioranza, tutta imbottita di persuasione di non poter essere demente mai. Se lo scrittore introspettivo è diseredato di fede sente con spavento che «notre vie ordinaire confine à la folie», sente che un esile diaframma contiene ancora le onde della tempesta e del delirio. Per quanto tempo resisterà questa difesa della ragione? Intanto nota con tremito che in alcuni gesti egli è troppo diverso dagli altri; che è troppo di scatto; che certe idee gli si ripresentano troppo frequenti. Sono idee che devono tornare o sono già i chiodi di fuoco e di maledizione, le idee fisse? Se è credente, trema, ma più dolce, trema del tremito della foglia che il vento potrebbe distaccare, trema sentendosi stabilito da Dio sul confine della ragione e della pazzia, trema di non saper usare ogni istante a fini divini del dono divino!

Altro che cercare il proprio intimo per sapere di più! Lo si cerca perchè ci si convince di non sapere. Altro che praticar l'osservazione interiore per sbarazzarsi d'una delle cause della stoltezza degli uomini! Ci si rinvengono mille nuove cause di deficienza e di fallibilità.

E — assai più amaro! — di colpevolezza. Anche se la voce interna meglio delle voci del mondo scande più autorevole — come pareva allo Stuart Mill —il suo «no», l'accertarsi del divieto non equivale a rinvenire la propria innocenza. Frustrata l'attesa che l'osservazione interiore ci faccia conquistare la verità, è tosto non meno frustrata quella che essa ci largisca la pace e la serenità.

Pari al sismologo, l'osservatore interiore avverte le primissime, insensibili minaccie per l'equilibrio, l'oscillazione fra una volontà inferiore ed una volontà superiore. O la stanchezza di un grande cammino, che non si sa quando sia cominciato, che non si sa quando possa finire: «L'âme est toujours en marche vers le ciel et vers l'enfer!»

In alcune anime apprensive ne nasce lo scrupolo: che può essere una malattia od una aurora di santità, una sottigliezza

od una sapienza. «Les saints subtilisent pour se trouver criminels et accusent leurs meilleures actions.»

Il terrore del proprio peccato rasenta in alcuni il parossismo insieme e l'incubo. Costoro assomigliano Andrea del Castagno che tanto si riconosceva pessimo uomo da ritrarsi nel Cenacolo di Sant'Apollonia di Firenze, sotto le sembianze di Giuda. In altri è un soprassalto di fisico ribrezzo come al contatto di orride bestiaccie viscide e morte. Il ribrezzo di cui scriveva il Fénelon: più indugiava nella malsana ricerca di sè, più «il trouvait la boue», più «il voyait sortir de son coeur une infinité de reptiles sales et pleins de venin».

In altri temperamenti meno appassionati, certo, ma anche più positivi, più calmi, l'osservazione di sè frutta, non lo spavento del male annidato nell'anima, non il terrore del proprio peccato, ma la scoperta della illogicità delle proprie azioni migliori, della eteronomia della propria superstite od involontaria morale. Nei moltissimi che non si profondano in se stessi quel poco di retto e di bene che possono fare è abitudine, scimmieggatura, distrazione; — e si danno distrazioni dal proprio interesse o dal proprio vizio.

Che grande sorpresa, invece, nell'osservatore quando avvicinandosi tastoni tocca qualcosa tuttavia di puro e prezioso nelle latebre di se medesimo.

Una tale sorpresa è il frutto maggiore della introspezione del Proust. «Tout se passe dans notre vie comme si nous y entrions avec le faix d'obligations contractées dans une vie antérieure; il n'y a aucune raison, dans nos conditions de vie sur cette terre, pour que nous nous croyons obligés à faire le bien, à être délicats, même à être polis, ni pour l'artiste cultivé, à ce qu'il se croie obligé de recommencer vingt fois un morceau dont l'admiration qu'il excitera importera peu à son corps mangé par les vers... Toutes ces obligations, qui n'ont pas leur sanction dans la vie présente, semblent appartenir à un monde différent, fondé sur la bonté, le scrupule, le sacrifice; un monde entièrement différent de celui-ci et dont nous sortons pour naître à cette terre...»

E un bozzolo questa sorpresa: potrebbe schiudersene una creatura nuova! Per intanto è una prigionia! L'osservatore che andava in cerca di concordanze ha trovato un altro dissidio.

Siamo giunti alle soglie del dolore.

Nel dolore l'osservazione di sè trova — dopo si lunga serie di tentativi — la propria autorità ed il proprio enigma, la propria conclusione e la propria premessa ulteriore.

Vi si estingue e rinasce.

Una tanta apologia del dolore dispiacerà forse a parecchi, ristucchi di letteratura lagrimogena.

Quindi è che sul dolore nell'arte occorre spiegarsi chiaro. C'è nell'arte come c'è nella vita — secondo la bella definizione del Carducci — del dolore superfuo. Del dolore di una persona elegante per non aver trovato il proprio nome nella cronaca mondana, potremmo fare a meno tutti, ad incominciare da lei stessa.

Ci sono dolori seminati dalla imbecillità, raccolti dalla sciocchezza e diffusi dalla insipienza. Se ci riusciamo, eliminiamoli pure: un colpo di granata sono pronto a dario anch'io.

E poi basta! Da questa ammissione della superfluità di certi dolori nella vita, al rifiutare la prevalenza del dolore nella realtà dell'anima, ci corre. Sì, ci sono gioie, ma non è diminuire la gratitudine che bisogna provarne, il dire che esse non sorpassano le sofferenze. Senza pretendere che i letterati siano sempre i meno provveduti, certo è che se anche sono provveduti di beni e di conforti, a loro — che più vedono e sentono — non è dato vivere felici in un mondo infelice. Per poco che possiedano, essi sono informatissimi delle gelosie che possono destare, sanno benissimo che a parte l'ingegno, praeter intelligere, non vi è briciola e particella di benessere di cui gli altri non li rimproverino. E anche se non si sentono rimproverati, soffrono istessamente il disagio.

Il poeta va veramente nudo dell'altrui nudità e si sente denutrito dell'altrui digiuno.

La scienza e la filosofia in questo, invece, si distinguono dalla poesia che cercano di aver ragione del dolore, di imprigionarlo, di tralasciano. Quando una creatura sovrana è ad un sol tempo — come Dante — scienziato filosofo e poeta è tosto fatto trovare, come appunto in Dante, dove sia più e soltanto poeta. E più e soltanto poeta dove in luogo della placidità e della contentezza del possesso è tutto abbandonato al suo gemito ed al suo anelito.

Dei loro trovati esultano le altre discipline. Molti poeti grandi sono stati invece indifferenti alle scoperte della scienza. Il Monti, che aveva immaginazione fertilissima, si entusiasmò del parafulmine e del Montgolfier; ma il Panni, che aveva fantasia, non se ne commosse troppo. Che cosa è l'alzarsi di migliaia di metri per l'artista che vorrebbe essere scoccato diritto alla mèta, per l'anima

che vola alla Giustizia senza schermi?

E per essere connaturata di dolore, per avere custodito il dono divino, «le don des larmes», che in certe ore di ambizioni smisurate di temerarie attese sull'avvenire della scienza, la letteratura e stata più fedele di altre attività dello spirito alla tradizione cristiana.

A ogni modo, dal dolore l'arte ha tratto la sua potenza e con esso è ascesa alle più sublimi vette della lirica: ha singhiozzato singhiozzi immortali e si è intrecciata la corona d'una «noblesse unique». Ad ogni modo, anche, nel dolore essa trova la sua autorità.

Vi sono versi in cui il Leopardi testimonia con accenti solenni, solenne della certezza di non poter essere contraddetto:

Questo io conosco e sento
... A me la vita è male.

E se alcuno — malgrado questi versi concordino con

tante parole scritturali — credesse vera pietà ed ortodossia il confutare il Leopardi, in tale sentenza, mediti queste alte parole di Alessandro Manzoni. Parole che si conoscono poco, sepolte come sono nella Morale cattolica che si legge pochissimo: — «L'uomo che soffre sa lui quello che soffre e se è la debolezza dell'animo suo che ingrandisce il male, questa debolezza, comune a tutti, è quella appunto che merita una maggior compassione.»

Non si deve sofisticare, dunque, sulle cause per togliere valore alla testimonianza. Di chiunque sia la colpa, il suo valore resta incontrovertibile. Anche se nulla o nessuno fuori di lui è causa di questo dolore, la confessione di esso crea e chiede, depone e domanda. E arte universale ed umana: reale ed ideale. Ah! meschinità di critici che alle lagrime del poeta chiedono come lasciapassare la giustificazione della cronaca e dell'aneddoto biografico. Non bisogna ascoltarla reverenti per simpatia di individuo, ma per motivo di umanità: non perchè è lui, insomma, ma perchè è un uomo.

E se avesse tutto questo individuo? Tanto più! Avrebbe quanto ai mortali sembra, sino a che sono nei vicoli tetri e nella ressa, la sorte perfetta e l'avrebbe soltanto per constatare la propria mutilazione ed amputazione. Terrebbe in pugno la vita e contemplerebbe dall'alto il mondo per gridare:

Zu fragmentarisch ist Welt und Leben.

Come un pendolo, sbattuto nel suo fantasticare diuturno, nel suo «réve éveillé», contro la paura di perder i suoi giorni e di cadere nel nulla, andrebbe a ribattere inesorabilmente nell'impossibilità di avere assai più che questo tutto che si chiama vita. Impotente a sfuggire il male e la morte, sentirebbe impotente anche il suo istinto di felicità.

Fra queste due impotenze, il dolore

oltre se stesso ascende.

Perchè questa impotenza è desiderio. Il desiderio che

cresce senza posa nell'anima umana: «l'uno desiderabile sta dinanzi a l'altro a li occhi de la nostra anima per modo quasi piramidale..... si che quanto da la punta ver la base più si procede, maggiori appariscono li desiderabili; e questa è la ragione per che, acquistando, li desiderii umani si fanno più ampii, l'uno appresso de l'altro» (Conv. IV, XII, 18). E crescendo così «sempre ne fa parere ogni dilettazione manca; chè nulla dilettazione è sì grande in questa vita che all'anima nostra possa torre la sete» (Ivi, III, Vi, 7). E, insomma, «lo desiderio è cosa difettiva» Ivi, XV, 4).

Ecco la prova suprema della incompiutezza umana. Difettiamo: questo è certo. Ma anche grammaticalmente, anche nella logica rudimentale, la frase è imperfetta. Difettiamo, è inteso. Di che cosa? L'anima è posta al cimento di insultare la stoltezza del proprio dolore, di negare il desiderio che ha scoperto e che la consuma. Come risponderà? Cercherà di rinnegare il proprio dolore gemendo, di dire che è nulla quello di cui sanguina: che nulla ha e che pur di nulla manca? Leopardi, infelicissimo, ha creduto di rispondere breve, duro, freddo:

uso alcuno, alcun frutto
indovinar non so.

Ma in altri gemitibus inenarrabilibus, il desiderio urge ad affermare il suo oggetto.

E la letteratura che più appare torbida, più torturatrice e più torturata, più lontana da ogni refrigerio e da ogni calma, proprio quella che esaspera — secondo la formula del Flaubert — «il senso della vita quale è», proprio quella che rifiuta ogni eufemismo sedativo ed ogni artificio di oblio, proprio quella sovente in uno strazio di disperazione e di imprecazione postula tuttavia una trascendente pietà:

Car c'est vraiment, Seigneur, le meilleur témoignage
Que nous puissions donner de notre dignité,
Que cet ardent sanglot qui roule d'âge en âge,
Et vient mourir au bord de votre éternité.

Il desiderio intanto, nelle stesse od in altre anime, si rafforza e, direi, santamente si ostina. Non è questo ancora l'albergo? Il pellegrino «ogni casa che da lungi vede crede che sia l'albergo, non trovando ciò essere, dirizza la credenza a l'altra, e così di casa in casa». Il pellegrino del Convivio (IV, XII, 15), giungerà bene all'albergo; aprirà pure, un giorno, gli occhi alla luce questo uomo che intravvede appena alcuno lume, «sè come afferma chi ha li occhi chiusi l'aere essere luminoso, per un poco di splendore, o vero raggio, come passa per le pupille del vipistrello». (Conv., II, IV, 17). Insistiamo, desideriamo!

Suoni il disio, dice Dante. «De la magnificence, mon Dieu, de la magnificence», batte e ribatte con impazienza Ernesto Hello. Questi spiriti che sono vissuti nella solitudine della loro indigenza, picchiano, picchiano fin che sia aperto. Vogliono essere rimpatriati; sollecitano la fine dell'esilio.

Il dolore ed il desiderio li hanno fatti uscire dal labirinto. Seguendoli sentono che sono arrivati vicini al rifugio invocato. Non solo — come Socrate — non disprezzano l'invisibile, ma guardano con fiducia, ma aspettano ogni premio dall'aver guardato — come nel dialogo platonico — alla «parte divina dell'anima». Si conoscono; sanno, come il Vico, di essere nosse, velle, posse finitum, quod tendit ad infinitum.

Sentono che questo infinito c'è che si nasconde ancora per poco. Benedicono, allora, il dolore che si è svelato nella sua sostanza di desiderio. Benedicono il desiderio che si svelerà esso pure.

Si svelerà totale, nell' «ultimo desiderabile, che è Dio».

Proferito il nome di Dio, l'osservazione interione matura i suoi frutti, si affretta ai suoi vertici, piena di sè e rinnovata di Lui. Si compie e si trasfigura. Intravi in intima mea duce Te.

La sua sintesi estetica è sintesi insieme di scienza e di vita. Il suo sguardo si fa più potente perchè è lo sguardo

dell'occhio cristiano: «l'oeil chrétien — diceva Sainte Beuve — un oeil incomparablement plus clairvoyant que l'oeil naturel». Ora che l'artista la percorre e la osserva con Dio, ora davvero trova nell' anima «un Maestro che illumina e che mostra la verità».

Ed è necessario che i crudeli indagatori dell'anima interroghino e prendano licenza da Lui perchè la loro opera severa sia pia: ut induantur institiam. Spesso l'osservazione interiore aveva cercato un accomodamento, aveva proposto di transigere un po', elemosinando qualche tolleranza: — «Nous tolérons les autres — diceva Amiel —pourquoi ne pas nous tolérer nous-mêmes?» Se tu non ti perdoni — crede di poter dire Donatello d'Orazio nell'Amore inamabile — non ti perdona Dio: perdonati! —

Queste resipiscenze o esitazioni erano giustificate, ma ingiuste. E la clemenza era non meno ingiusta della severità, risiedendo l'ingiustizia non nel tenore del verdetto ma nella temerità di pronunciano! Come nel Menschliches allzumenschliches ha compreso Federico Nietzsche — che lezione di umiltà, a pensarci, l'aver capito lui, proprio lui quanto invece ha dimenticato l'autore dell'Imposture! — «giudicare ha lo stesso valore che essere ingiusto, anche se si tratta di giudicare se stesso!» Il Giudice c'è: è presente al dibattito dell'anima: un Giudice che sa più di te, che è più potente dite, che dite sarà forse più mite: «più rigoroso degli uomini — secondo la definizione di Padre Cristoforo — ma più indulgente». Deposta la superbia dell'ufficio impossibile, l'anima sente un benefico refrigerio: «Consolez-vous: ce n'est pas de vous que vous devez l'attendre, mais, au contraire, en n'attendant rien de vous que vous devez l'attendre».

Ma come diversa questa umiltà dal fatalismo di coloro che credono e vogliono osservarsi soli! Presieduta ed ispirata dall'ossequio, l'osservazione interiore non per questo allenta nè infiacchisce. E battaglia pur sempre ma giustificata nei suoi scopi: Sanctificavi proelium! E sofferenza ma ilare:

perchè sino a quando l'autorità del mondo ci tiranneggia, la più acuta ed assidua conoscenza di sè è irta tuttavia di amarezza. Quando invece l'autorità del mondo è tutta finita! Quando invece del mondo — di fronte al quale unica forza è il silenzio e

Tout le reste est faiblesse

—si ha un Amico che tutto intende! Al quale si parla con quel particolare abbandono che viene dal confessarsi in segreto, solo a Lui, solo per Lui. (Conv. I, 2, 6). Coraggiosa, ilare e alacre: tanto più alacre di prima. Alacre per un bisogno di assumere la veste del convito, per preparare la casa al giorno di festa, per addobbare la strada a Lui che deve venire. Perchè ti confessi? Iddio ti conosce! Si, Iddio mi conosce, ma io non mi conosco abbastanza, ma io ho bisogno di confessarmi meglio per essere un pò più mondo. Per guardarmi in Dio che mi conosce già!

E lecito sollevare un poco il velo che nasconde le opere di Dio nel cuore degli uomini e gli accenti primi della conversione?

Ebbene: in Giovanni Papini è con questa dialettica che l'osservazione interiore è continuata, nelle ore di silenzio e di tempesta, fra L'uomo finito e La storia di Cristo.

L'uomo finito conclude alla suprema svalutazione dell'osservazione interiore, anche la più definitiva ed accanita: «La sciagurata esibizione non mi ha nè purificato nè trasformato.» Al pubblico può bastare che tu ti sia consegnato e tradito così: a te ed a Dio non basta. A te e di fronte a Dio occorre che tu ti muti.

Mutarsi? come si fa? Ed ecco che proprio nell'ora della più abbandonata attesa, della massima docilità, nell'ora in cui la fiducia in Dio vieta di chiedere solo a se stessi, ecco che la Grande Assente arriva, ecco che la Volontà si decide finalmente ad essere della partita. Guai ad avere tenerezza di sè: si arresterebbe il coltello del chirurgo. Dal Tolstoj alla Serao quanti scrittori hanno capito il sommo pericolo delle

«tenerezza per se stessi»! Ma coloro in cui la Volontà svegliata tende al suo Risvegliatore, fuggono del paro la tenerezza come la sazietà di se stessi, non vogliono nè miseria nè alterigia, ma vogliono essa volontà e — nella volontà — la speranza.

Sono le due parole supreme; le due parole che mancarono in tanti discorsi, le due luci di cui non si illuminarono mai tanti e pur così vari paesaggi interiori. La Volontà e la Speranza, l'immanenza e la trascendenza, i due territori dell'uomo e di Dio.

L'artista che forse ha ambito essere «dottore in terribilità», «maitre d'horreur», non cade ora nel difetto contrario: non dà beneficio di folle obbio o di vile desistenza, ma inizia il suo augusto magistero di speranza!

La parla e la respira; la professa e la conta, colla fede, nel proprio tesoro come l'avaro la sua moneta più preziosa:

Sì lucida e sì tonda
Che nel suo conio nulla mi s'inforsa.

La proclama come il suo privilegio e la sua dignità:

La Chiesa militante alcun figliuolo
Non ha con più speranza.

Io, Dante Alighieri, fra milioni e milioni di credenti, sono quello che più spera! La confessione è divenuta una gloria: il Giudice un miracoloso medico ed un ineffabile premio. Un premio

che i desideri avanza.

Un premio che è «in infinito eccesso» sulla infinità della nostra domanda.

Grande il poeta che, bisognoso di tale infinito, testimonia col verso immortale la sua privazione, e che abita nel foco vermiglio del proprio dolore. Ma benedetto colui che convive colla propria speranza: «con Beatrice beata che vive in cielo con gli angeli ed in terra con la mia anima».....